|
VENEZIA – Da globale, il mondo sta diventando apolide, cioè abitato da individui che non vivono dove sono nati o dove hanno le proprie radici. In questi giorni, Venezia è tornata ad essere la terra di questi apolidi. È diventata un’enorme sogliola brulicante di idiomi, segni e colori che ricorda un «superflat», ovvero quelle superfici dense di storia e cariche di futuro che caratterizzano le opere di Takashi Murakami, il maggior artista giapponese. Il cui lavoro The emergence of God at the reversal of faith – composto da 16 pannelli che occupano un’intera stanza – è esposto nella mostra inaugurata ieri a Palazzo Grassi. Una mostra che tratta proprio il tema del nomadismo: dei quaranta maestri contemporanei esposti, infatti, più del 50% non vive nel Paese dov’è nato.
«Io penso che la scelta dei curatori sia azzeccata e il titolo, Il mondo vi appartiene, sia una prospettiva giusta. Il mondo contemporaneo non può che parlare diverse lingue» afferma Murakami che, studio a New York a parte, è però un artista molto legato alla tradizione giapponese. Pertanto, il suo nomadismo si esprime soprattutto nel sovrapporre diverse tradizioni culturali e religiose. «Io sono un traduttore delle tradizioni» racconta. «Per capire come avvengono questi incontri tra identità diverse nella mia opera bisogna seguirne il processo creativo. Che, nel caso di questa esposta a Palazzo Grassi, parte da un teschio, riprodotto decine e decine di volte. Questo elemento è un riferimento alla tradizione cinese di 600 anni fa, poi copiato dai giapponesi. Le nubi che si vedono nell’opera sono invece ispirate a quelle del periodo Edo di 400 anni fa, e anche allora i temi figurativi erano ripresi dalla Cina. Dunque, io traduco queste diverse tradizioni nel mio quadro, ponendo elementi multiculturali su un supporto pittorico, anche come la tela, che è una espressione tipicamente occidentale».
I lavori di Murakami poggiano le basi nella tradizione cinese e giapponese più antica. Eppure, con la presenza di supereroi, manga e creature fantastiche, le immagini da lui create sembrano proiettare l’osservatore verso un futuro immaginifico. «Nella mia espressione pittorica c’è un’unione di due elementi: l’epoca della tradizione e quella pop. Il loro punto di unione è la linea. La linea dà vita a tutte le immagini, siano esse manga o qualsiasi altra cosa. La linea è lo strumento che aggancia le diverse tradizioni. In Giappone ci concentriamo molto sull’essenza della linea e sul suo concetto linguistico».Murakami è stato molto influenzato dalla cultura pop; e più osservatori hanno individuato in Oldenburg, Liechtenstein e Warhol i suoi riferimenti. Inoltre, proprio come l’artista iper-pop americano, Jeff Koons, oltre a creare quella che si considera arte vera e propria, Murakami ha una factory con decine di persone impiegate a produrre una vasta gamma di prodotti per il marketing e di gadget con il suo «brand». Che connessione c’è tra questi due aspetti della sua attività? «Sarò sincero – risponde serio Murakami, in una specie di bizzarro eskimo nell’umidissimo pomeriggio veneziano e in giacca rosso-carpet ai ricevimenti -. La ragione per la quale ho iniziato a creare questi prodotti è perché in Giappone è difficile sopravvivere basandosi solo sulle opere d’arte. Questi oggetti di merchandising in Giappone hanno avuto scarso successo, ma in Occidente molto. Certo, i guadagni non sono ancora quelli che mi aspettavo. Ma mi fa piacere che tante famiglie e anche bambini abbiano un primo contatto con l’arte contemporanea anche attraverso questi oggetti».
C’è un fatto drammatico che ha colpito la società giapponese: il terremoto e la fuga radioattiva. Questo ha cambiato in qualche modo la sua idea sull’arte? «Di fronte a questo tsunami, a questa catastrofe ho percepito che l’arte è impotente, non può nulla. Ma ora che ci stiamo riprendendo ho compreso anche l’importanza di ciò che non appare concreto, più astratto, relativo alla mente. In Giappone ora tutti pensano solo a ricostruire; ma se si continuerà a pensare solo in termini così ossessivi e concreti, tra due anni serviranno sfogo e divertimento, e anche l’arte diventerà allora utile».
La catastrofe ha investito un Paese come il Giappone che, al pari dell’Italia, è già demograficamente vecchio e dove il nichilismo sembra aver ucciso la voglia di vivere… «Il Giappone è uno dei Paesi con più suicidi nel mondo. Ma questo valeva soprattutto prima di questa catastrofe. Ora, viceversa, gli anziani, che sono anche sopravvissuti alla Seconda Guerra Mondiale, sono pieni di energia e la trasmettono ai giovani. Conosco un gruppo di ultra-settantenni che si è offerto di andare a ricostruire nelle zone radioattive per non precludere la vita dei giovani. Questa volontà di risolvere i problemi sta dando così tanta energia che ci sono anche meno suicidi. Questo è il Giappone». Nel 2008 «Time» l’ha inserita come unico artista tra le 100 persone più influenti del mondo. Cosa si sente di fare a titolo personale per chi sta peggio? «Al momento non posso consentirmi questo “lusso” e nemmeno avviare vasti programmi di aiuto, ma voglio aiutare anche semplicemente di persona in persona. Sto seguendo le fondazioni come quella di Bill Gates, ma una volta che si avviano questi programmi bisogna essere sicuri di portarli a termine e concentrarsi su una delle distorsioni tra le tante che ci sono nel mondo come, da noi, i suicidi».(Corriere della Sera)
Condividi questo articolo:
|