A cura di: Arcadja

Alighiero Boetti, Il Genio Della Lampada

giovedì 26 maggio 2011

Se c’e un curatore di arte contemporanea che più di ogni altro rispecchia lo spirito nomade di Alighiero Boetti questo è lo svizzero Hans Ulrich Obrist, considerato l’anno scorso il personaggio più potente del mondo dell’arte, una sorta di Padre Pio dei curatori avendo il dono, come il frate, dell’ubiquità. Nato del 1968 fra lui e Boetti, scomparso nel 1994, ci sono 28 anni di differenza. Quando s’incontrano per la prima volta a Roma nel 1986, Boetti, al quale Torino dedica in questi giorni le «boettiadi», è già un artista affermato. Obrist è invece un giovane di 18 anni. È già stato a trovare Pistoletto che gli ha detto di tornare quando avrà imparato meglio l’italiano. Lui, ragazzo prodigio, ispirandosi senza saperlo proprio a un titolo di Boetti impara la nostra lingua «dall’oggi al domani» e su suggerimento dei suoi amici, la coppia di artisti svizzeri Fischli e Weiss, arriva in treno a Roma per conoscere Alighiero Boetti. «È stata una delle mie epifanie. Arrivo allo studio di Boetti in via del Pantheon e lui mi accoglie come se ci conoscessimo da tempo», ci racconta la sua storia dal ufficio della Serpentine Gallery di Londra dove è il co-direttore. Una delle ossessioni di Obrist sono le interviste con le quali ha riempito due volumi di 1000 pagine.
Hai mai intervistato Boetti?
«Ahimé no. Quando lo conobbi non avevo ancora iniziato questo mio infinito progetto d’interviste. Eppure con lui forse ho parlato più a lungo che con molti altri, solo che non ho mai registrato nulla»
Cosa ti ha insegnato Boetti?
«Primo che gli artisti sono le persone più importanti del mondo.Secondo: non basta amare l’arte, bisogna produrre realtà. Terzo: non si può solo organizzare mostre»
Che dovrebbe fare allora un curatore secondo Boetti?
«Aveva capito che il sistema era molto limitato; mostre personali, mostre collettive, fiere, biennali, Documenta e qualche commissione pubblica. Sempre più o meno le stesse richieste, le stesse cose. A Boetti interessava invece cercare progetti che non rientravano in queste caselle. Mi disse che come curatore avrei dovuto cercare di realizzare con gli artisti i progetti non realizzati, chiedere a loro non le solite opere ma le loro utopie. Solo cosi avrei potuto essere utile all’arte. Da quel momento il mio ruolo diventò quello di realizzatore di sogni».
Dove ti portò a Roma?
«Dappertutto compreso lo studio di Schifano e dalla sua famosa astrologa Mariangela»
Cosa avrebbe pensato oggi di questo mondo dell’arte globale?
«Lui l’aveva gia intuito quando aprì a Kabul il One Hotel. Quest’idea dell’albergo per me è stata molto importante. Una delle prime mie mostre fu proprio in un albergo a Parigi al Carlton Place camera 663 dove invitai 70 artisti».
Quale è stato il progetto mai realizzato da Boetti?
«L’agenzia fax. A quei tempi il fax era la rivoluzione non Internet. Boetti era affascinato di questa mostra formato A4 inviata in giro per il mondo attraverso il fax, raggiungendo migliaia di persone a casa loro senza che dovessero muoversi per vedere la mostra»
E il primo progetto che hai realizzato con lui in cosa consisteva?
«Una mostra su una linea aerea. L’Alitalia gli aveva proposto un progetto di calendario ma lui non era convinto. Attraverso degli amici riuscii ad aver un contatto con Austrian Airline e riuscimmo a far mettere dentro la loro rivista una doppia pagina con questo puzzle di aereo di Boetti. Diventò una mostra planetaria. Ancora oggi questi puzzle si trovano sparsi per il mondo in archivi, biblioteche, mercati delle pulci, gallerie . Boetti aveva intuito l’idea della grande distribuzione.
Aveva avuto anche in questo caso un presentimento sulla globalizzazione» Di che altro parlava ?
«Mi ricordo che fu lui a parlarmi dello scrittore francese di origini caraibiche Edouard Glissant. Mi diceva che era importante dialogare con gli altri non per diventare tutti omogenei e dire le stesse cose ma per trovare e produrre le differenze. Erano le differenze che interessavano a Boetti. Le infinite variazioni della vita, come nei suoi arazzi»
Quale è il lato meno conosciuto di questo artista ?
«I suoi scritti. Importantissimi, illuminanti. Il suo testo Dall’oggi al domani è fondamentale per capire la sua arte. È un testo sulla curiosità. Ci racconta la magia delle parole e dei numeri. I suoi titoli sono eccezionali, Niente da nascondere niente da vedere»
Quando lo hai visto l’ultima volta ?
«Agli inizi del 1994, poche settimane prima che morisse».
Ti parlò della morte?
«No con Alighiero ho sempre parlato del futuro»
Cosa ti ricordi di quest’ultima visita?
«Questa sua mappa arazzo con il mare nero» .
Boetti ha sempre fatto esperimenti con il tempo?
Sì aveva una bellissima idea del tempo. La prima volta che lo incontrai mi disse “Hans velocità quasi zero” perché parlavo lentamente. Da allora ho iniziato a parlare e vivere in modo molto molto veloce»
Cosa ti è rimasto di lui?
«Mi ha trasformato. Come quando uno ti mette nell’acqua e impari a nuotare. Mi ha dato il coraggio di andare aldilà delle convenzioni. “Non diventare un curatore noioso”, mi ripeteva sempre. Da lui ho capito l’arte che va oltre gli oggetti»
Fammi un esempio
«La sua lampada annuale, quella grande lampadina che si accende un attimo solo una volta l’anno ma non si sa mai quando esattamente. Un monumento all’idea di tempo»
Chi sono gli artisti che sono stati influenzati da Boetti?
«Alighiero non era un albero ma una radice. Sicuramente Tino Seghal, ma anche Rirkrit Tiravanija e ovviamente Maurizio Cattelan e Fischli and Weiss. Solo per dire alcuni nomi».
Ti ha parlato mai dell’Arte Povera?
«Mai»
A cosa sarebbe interessato oggi?
«Sicuramente alla rete»
Cosa cercava?
«Era come l’impresario russo di fine 800 Sergei Diaghilev che diceva “Sorprendimi !’Alighiero cercava la sorpresa. Una volta siamo andati in macchina a Milano. Lui guidava velocissimo, ma un certo punto inchioda e scende dall’auto e si mette ad osservare dei segni che c’erano sull’asfalto come un motivo decorativo che si ripeteva. Tutto lo interessava e tutto lo sorprendeva».
Come vorresti che Boetti venisse ricordato ?
Il mio sogno è quello di volare un giorno su un aereo e quando stiamo per atterrare sentire il pilota che dice “Signori e signore stiamo per arrivare all’aereoporto Alighiero Boetti di Torino. È molto triste che ancora a Torino non ci sia una piazza o una via intitolata ad uno dei suoi figli più importanti» (La Stampa)

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