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A cura di: Elena Lanzanova
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Basilea Celebra Il Genio Di Basquiat
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mercoledì 23 giugno 2010
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Quest’anno avrebbe compiuto cinquant’anni Jean-Michel Basquiat, se un’overdose di eroina non lo avesse stroncato a soli 27 anni, il 12 agosto 1988 nel suo appartamento newyorchese di Great Jones Street. Chissà come si sarebbe trasformato questo “folletto” afroamericano di Manhattan, ragazzo meraviglioso che amava indossare eleganti abiti di Armani e Comme des Garçons imbrattati di vernice, e che aveva iniziato la sua fortunata carriera sui muri del Greenwich Village, firmandoli Samo© (acronimo di Same Old Shit). Chissà come si sarebbe evoluta la sua poetica caratterizzata dall’unione della spontaneità del disegno informe ed elegante di Cy Twombly e del primitivismo impulsivo di Jean Dubuffet. Chissà se oggi questo enfant prodige di origini caraibiche, che divenne un eroe ancor prima di morire, riuscirebbe a reggere al peso delle aspettative del sistema artistico contemporaneo.
Al di là del mito che è vissuto come una “fiamma”, è con lo spirito di una ricerca veritiera che si è organizzata la mostra Basquiat alla Fondazione Beyeler di Basilea, fino al 5 settembre. Realizzata in collaborazione con il Musèe d’Art Modern de Ville di Parigi (dove andrà in scena dal 15 ottobre prossimo), questa splendida retrospettiva è tra i più importanti eventi mai organizzati su quest’artista che per anni riempì, con la sua vita sregolata, le pagine dei giornali. Sostenuta dall’iniziativa Estate of Jean-Michel Basquiat di New York e dai suoi principali galleristi e collezionisti, l’antologica svizzera è curata da Dieter Buchhart e da Samuel Keller, e si propone di ripercorrere l’intensa stagione espressiva di questo grande innovatore dell’arte contemporanea. Indagare e svelare Basquiat attraverso l’arte, questo dunque l’obiettivo dei curatori, che hanno messo insieme un centinaio di opere per ripercorrere la sua parabola creativa iniziata nel 1980, quando espose per la prima volta in una galleria underground nel Bronx, fino al tramonto del 1988, quando paradossalmente era diventato una celebrità acclamata a livello globale vantando collaborazioni con Andy Warhol, Keith Haring, Francesco Clemente e personali nei più prestigiosi spazi espositivi.
La mostra alla Fondazione Beyeler si pone come un’ottima occasione per conoscere Basquiat, artista che ha dipinto libere associazioni mentali e immagini prese dalla vita quotidiana e dalla cultura popolare. Le fonti d’ispirazione del genio ribelle andavano dai fumetti ai disegni infantili, dai testi di anatomia a quelli sulla cultura afroamericana e sulla storia dell’arte, cogliendo anche tutte le tensioni culturali, sociali e razziali che animavano gli Stati Uniti a cavallo degli anni Settanta e Ottanta. Un artista che ha ignorato qualsiasi regola, gerarchia, accademia e che venne ricordato, nel novembre 1988, da Keith Haring con queste parole: “Ha stravolto le politiche del mondo dell’arte, sostenendo che se volevano giocare al loro gioco, le regole le avrebbe stabilite lui”.
La retrospettiva basilese raccoglie i lavori principali, accanto ad opere su carta e oggetti-sculture, e analizza le cinque fasi principali della carriera di Jean-Michel Basquiat.
A documentare la prima, quella che precede la notorietà, ci sono disegni e collage degli ultimi anni Settanta: le cartoline xerigrafiche, gli oggetti dipinti e le prime tele realizzate nel 1981 nell’atelier messogli a disposizione dalla gallerista Annina Nosei. Opere come Aaron e Cadillac Moon spiccano per l’immediatezza e la velocità di esecuzione tipica dei graffiti, e aggressiva è l’incursione di parole, segni e concetti ispirati dalla vita di strada, dai libri, dalla musica e dal cinema. Nella seconda fase, che comprende gli anni 1981 e 1982, domina la pittura su tela. La coloratissima Boy and Dog in a Johnnnypump è probabilmente l’opera più rappresentativa di questo periodo, in cui l’artista si consacra alla pittura su tela e allarga il proprio repertorio figurativo, usando la sovrapposizione del colore per creare effetti di trasparenza e sparizione. La terza tappa è legata al segno grafico in forma di parole e simboli, e a materiali grezzi come supporto del dipinto. Sono di questo periodo le rappresentazioni dei celebri boxer afroamericani come Mohamed Ali, Joe Lewis o Jack Johnson, considerati da Basquiat simboli della riscossa della black culture.
Il 1983 segna l’inizio di un’intensa amicizia e collaborazione con Andy Warhol che, grazie all’intuizione del gallerista Bruno Bischofberger, sfocia in una serie di fruttuosi lavori collettivi a sei mani a cui prende parte anche Francesco Clemente. Nell’ultima fase – quella tra il 1986 e il 1988 – l’opera di Basquiat esprime un nuovo tipo di rappresentazione figurativa che si allarga di contenuti e simboli, ma che lascia intravedere un’angoscia nell’alternanza tra il vuoto radicale e una pienezza dovuta ad una sorta di horror vacui, come narra Light Blue Movers del 1987. Ma è anche il momento di una riflessione sul tema della morte, espressa da Riding with Death del 1988, l’opera dove una figura nera e smilza a cavallo di uno scheletro diventa inevitabilmente per tutti il simbolo della sua morte.
Fino al 5 settembre 2010
BASQUIAT
Fondazione Beyeler
Baselstrasse 101. CH-4125 Riehen/ Basel
Tel. +41-(0)6-6459700
E-mail: fondation@beyeler.com
Web: www.beyeler.com
Orari: tutti i giorni dalle 10.00 alle 18.000; mercoledì dalle 10.00 alle 20.00
Ingresso: Intero 21Chf; Ridotto 18 Chf.
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