A cura di: Arcadja

Sandro Chia, I Dipinti In Mostra Diventano Un Film Muto Con Didascalie

martedì 19 gennaio 2010

Sembra un film muto con didascalie la mostra di Sandro Chia alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna. E’ vero che le immagini sono immobili, ma lo “spettatore”, come viene chiamato nel catalogo, si muove, il che gli dà la sensazione che anche le immagini si muovano, come nel cinema.
Il cinema è nato dalla pittura. Basta evocare Piero della Francesca, specialmente il ciclo degli affreschi della “Leggenda della vera Croce”, per rendersene conto, o per averne conferma. Agli affreschi di questo ciclo, il più grandioso dopo quello della Cappella Sistina, si sono infatti ispirati numerosi cineasti, fra i quali Ejzenstejn, Antonioni, Emmer, Pasolini. Fellini diceva che il cinema è un linguaggio autonomo, che non si apparenta a nessun altro linguaggio, meno che alla pittura, in quanto cinema e pittura vivono di luce, non possono a fare a meno della luce, l’immagine non esiste senza la luce.
Alcuni studiosi di Leonardo, fra cui il pittore-regista Peter Greenaway, sostengono che se l’autore del “Cenacolo” fosse vissuto nel ventesimo secolo, con ogni probabilità avrebbe fatto il cineasta, o il pittore-fotografo-cineasta. Le didascalie di quel film muto che è la mostra di Chia, in programmazione sino al 28 febbraio 2010, sono le risposte in forma di racconti del pittore nel “Dialogo tra Maria Vittoria Marini Clarelli nei panni di uno spettatore immaginario e l’artista Sandro Chia”, come è scritto nel catalogo (Giancarlo Politi Editore). Come è noto a tutti, Sandro Chia è un transavanguardista, ossia un esponente di quella corrente promossa da Bonito Oliva sul finire degli anni Settanta e che si basa, in sintesi, su due elementi: il “nomadismo culturale” e l’”eclettismo stilistico”.
Per realizzare questa mostra Chia ha compiuto un viaggio nella storia artistica e culturale europea ispirandosi ad una lunga serie di nomi che cita espressamente nelle sue risposte. Nella “Lettera semi-aperta a S. C.” Bonito Oliva, che ha curato la mostra, dice che i punti di riferimento sono innumerevoli senza esclusione alcuna, ma cita soltanto Chagall, Picasso, Cézanne, de Chirico, Carrà e Picabia, mentre S.C., il quale ammette che il quadro “Ossa, cassa, fossa” fa il verso al cinema, menziona i Bamboccianti, Giorgione, Duchamp, Michelangelo, Raffaello, Bruegel, Tiziano, Matisse, Chardin, Leonardo, de Chirico. Il nomadismo culturale supera nettamente l’eclettismo stilistico.
E’ difficile reperire nella storia dell’arte un pittore che abbia una tale propensione a parlare di sé e di ciò che fa e che racconti così doviziosamente la genesi o i punti di riferimento delle sue opere. Senonchè Balthus si chiedeva: “Se un quadro lo si può spiegare a parole, perché dipingerlo?” Spiegato a parole, il quadro perdeva ogni mistero, o quella che Walter Benjamin chiamava l’”aura”. Per lui contava soltanto l’opera, l’autore doveva restare nell’ombra. Inoltre, non voleva, come Picasso, esser chiamato artista. “Io sono un pittore”, dicevano entrambi. Una riprova dell’abuso che si fa di questa parola la si è avuta a proposito degli “artisti” invitati recentemente da papa Ratzinger in Vaticano. Le figure dei quadri e della sculture di Chia in mostra sono ovviamente interessanti, ma sono pesanti.
E’ impossibile che un pittore colto come lui ignori quanto dice Nietzsche in “Ecce Homo”: “Pensieri che incedono con passi di colomba guidano il mondo”. L’autore di “Zarathustra” considerava la leggerezza un dono divino. Eppure Chia ha confessato tempo fa che, indeciso se continuare o meno a dipingere, era stato un dio a consigliargli di perseverare. Nelle sue risposte-racconti alla sovrintendente della Gnam, Chia parla anche di Titani. Poco tempo prima che morisse Ernst Junger aveva detto che quello in corso sarebbe stato il secolo dei Titani. Ma si sbagliava: E’ il secolo dei Narcisi. (Il messaggero)

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