A cura di: Arcadja

Quarant’anni Di Sandro Chia: “quando Eravamo Ragazzacci”

venerdì 18 dicembre 2009

Quasi quarant’anni di carriera ormai, da quel lontano 1971 in cui esordì con una prima personale alla galleria «La Salita» di Roma. E ora una grande mostra antologica, che lo consacra definitivamente tra i «maestri» della pittura contemporanea italiana e internazionale. L’esposizione, curata dal suo primo mentore Achille Bonito Oliva, è ospitata in quello che resta a tutt’oggi il più importante museo di Stato dedicato all’arte odierna: la Galleria nazionale d’arte moderna.
Protagonista lui, Sandro Chia, fiorentino di nascita, classe 1946 e punta di diamante del fu gruppo della Transavanguardia, fortunatissima sigla coniata e a lungo «coccolata» dallo stesso Bonito Oliva. Una sigla che caratterizzò gli anni Ottanta del ’900 comprendendo anche i nomi di Francesco Clemente, Mimmo Paladino, Enzo Cucchi e Nicola De Maria. Correva la fine degli anni Settanta, e dopo i tanti «concettualismi» e «poverismi» tipici dei tardi Seventies (in gran parte ormai ristagnanti verso una vera e propria «accademia» dell’avanguardismo a tutti i costi) un «manipolo di ragazzacci…» — definizione ironica dello stesso Chia, durante un sopralluogo alla sua mostra — fece ciò che all’epoca pareva un’eresia: proporre un ritorno al «quadro-quadro» e alla «pittura-pittura», un recupero della bidimensionalità della tela e dei suoi valori fondanti: colore, tono, volume, ma soprattutto contenuto e figurazione.
Di quel gruppo (che lavorava in gran parte a Roma ma che presto prese il volo per le grandi capitali dell’arte) si accorsero presto i grandi centri propulsivi del contemporaneo — musei e gallerie internazionali — e il «manipolo di ragazzacci…», che andava proponendo uno stile innovativo che nulla aveva a che vedere con anacronismi o tromp l’oeil di ritorno, si ritrovò ai vertici. Come? Oltrepassando appunto l’orgia di azzeramenti anti-artistici e imponendosi, Chia in particolare, con un eclettismo tecnico ma un costante impegno verso una nuova figurazione; nuova sì, volutamente colta e fitta di rimandi, intessuta di echi che in Chia vanno dal lontano passato (letteratura, filosofia…) fino al Novecento italiano (Sironi, Carrà…) e a quello europeo.
Da allora ne è passato, di tempo. Ma il cammino dell’artista, quasi sempre in cresta, appare di una coerenza granitica: la sua pittura è sostanzialmente sempre quella, eppur sempre nuova: il gusto — di più, la gioia — della creazione, dipingendo (o scolpendo, più raramente) in costante dialogo con il passato, con pennellate vorticose e colori spesso accesi. Il titolo della mostra alla Gnam (diciassette anni dopo la grande retrospettiva su Chia alla Nationalgalerie di Berlino) meglio non potrebbe riassumere storia ed essenza dell’artista: «Della pittura, popolare e nobilissima arte».
Attraverso 61 opere, 56 dipinti spesso di grande formato e 5 sculture, più vari disegni, vengono ripercorse le principali tappe della carriera di Chia dagli esordi a oggi. All’interno dell’allestimento i lavori non sono presentati secondo una scansione cronologica, bensì suddivisi in sezioni organizzate attorno al tema della «figurazione»: «Figure Ansiose», «Figure Titaniche», «Figurabile», «Figure ad Arte». Molte, e tutto sommato riuscite, le «trovate» curatoriali per un’esposizione frutto di un lavoro a tre fra Chia, Bonito Oliva e la soprintendente della Gnam Vittoria Marini Clarelli: didascalie delle opere scritte dall’artista (uomo colto e con forte vena poetica), quadri provenienti non da musei ma da collezioni private e da amici di Chia, e un catalogo in cui ogni opera è spiegata dal dialogo immaginario fra l’artista e un visitatore ideale poco avvezzo all’arte, impersonato dalla stessa Marini Clarelli. (Corriere della sera)

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