A cura di: Arcadja

Come Incide Van Dyck

martedì 1 settembre 2009

Stranezze delle mostre, in Italia, bisogna pur dirlo. Nel bailamme turistico di Albenga nella pur elegantissima (e poco pubblicizzata) zona feudale della cittadina ligure, in una torre che forse Van Dyck potrebbe aver lambito ed ammirato, a cavallo magari (venendo da Multedo, presso Sanremo, ove ha depositato una nobile Madonna, in route, galoppante, verso Genova, ove ha moltiplicato i fasti barocchi dei suoi rampanti ed incandescenti ritratti di nobili locali) ecco, come spaesata, imprevedibile, un’interessante mostra su Van Dyck incisore. Che col suo nobile pedigrée proviene, dai più prestigiosi gabinetti di grafica: nientemeno che del Louvre (con un degno catalogo di strascico).
Non è poi un capitolo così noto, questo delle incisioni, che fa talvolta contorno alle più scenografiche rassegne dei suoi capolavori ritrattistici ad olio, ma è invece un momento importante e qualificante per la sua carriera cortigiana, questo corredo di ritratti da inviare per il mondo, non a caso chiamato, per abitudine: Iconografia. Una sorta di repertorio delle figure più illustri e ricercate del suo secolo, dagli intellettuali come Erasmo ai valorosi condottieri, dagli artisti ai nobili committenti (come la Margravia di Brandeburgo o la signora di Scozia Maria Ruten: van Dyck essendo in procinto di partire, nel 1632, per la corte di Carlo I d’Inghilterra ed avendo appena lasciato l’Italia). Ma sono i pittori ad avere il più nutrito numero di omaggi, dal maestro Rubens al grande italiano, ed amato in Inghilterra, Orazio Gentileschi, dal pittore animalista Snyders ai rivali in incisione Galle e Callot, dal paesaggista Momper al ritrattista dei Medici Sustermann, al grande altro allievo di Rubens Jordaens al sodale di Rembrandt Lievens. Ognuno col suo gesto od arnese apposito, a seconda della professione, scalpello o sgorbia o lapis, grande spolvero e disinvoltura di uomini di mondo, che ormai han diritto di dialogare con i Grandi e desinare alla loro mensa.
Non tutte le trenta incisioni (di oltre cento) hanno l’eleganza raffinata dei suoi bulini autografi, spesso il lavoro di bottega si avverte, ma che sprezzatura di grande Chevalier et peintre du Roi, quando si autoritrae come uno spavaldo cavaliere dell’arte, le pupille infitte nel nostro sguardo ammirato. E ai piedi del Frontespizio, come se il suo corpo fosse di marmo, si dipana in latino la leggenda dettagliata e scultorea, di tutta la sua avventura grefica. (La Stampa)

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