A cura di: Arcadja

Alexander Calder, Lo Scultore Della Leggerezza

lunedì 24 agosto 2009

“Io non sono uno scultore, sono un ingegnere”, diceva di sé con ironia Alexander Calder. Americano di nascita, fisicamente colossale, fu presto conquistato allo spirito di Francia, agli ambienti culturali degli anni Venti e Trenta, dove lega con Mirò, Duchamp, Hans Arp, fino a lasciare la provincia della Pennsylvania, dov´era nato nel 1898, per eleggere appunto la Francia a sua patria e farne il paesaggio privilegiato della sua creatività.
A Parigi si è chiusa il 20 luglio scorso una mostra intitolata appunto Les Années Parisiennes che ha richiamato nelle sale del Centre Pompidou oltre 470mila visitatori. Ora arriva a Roma, in ottobre, una versione riveduta e corretta di quella trionfale e magnifica personale, allestita nelle sale del Palazzo delle Esposizioni e impostata sotto l´egida di Giovanni Carandente, scomparso nel giugno scorso (che lo portò a realizzare una delle sue opere alla prima edizione del Festival dei Due Mondi di Spoleto nel 1958) e curata da Alexander S. C. Rower, massimo esperto Usa di Calder, con un allestimento dell´architetto spagnolo Juan Ariño.
Si tratterà di una scelta cronologica dei suoi famosissimi mobile e stabile, di sculture e gouaches, compendio di un´arte sempre ironica e lieve, espressione di un magico equilibrio, risultato dall´apparenza semplice e soave di un lavoro complesso fatto di forgiature e progettazioni, manipolazioni e ingegneristici (la materia in cui si era laureato nel 1919) colpi di genio. Del resto la leggenda narra (ma lo fa anche l´artista, in un testo del 1937) che Calder fu folgorato sulla via dell´arte in occasione di una visita nella casa-studio di Piet Mondrian, di cui apprezzò, negli ambienti oltre che nelle opere, le geometrie, le linee nette e contrastate. Salvo poi riflettere su quanto tanta bellezza sarebbe stata più seducente se solo in movimento: “Sono tornato a casa e ho cercato di dipingere. Ma il fil di ferro, qualcosa da torcere, spezzare o piegare, è stato il mezzo a cui ho pensato subito, con naturalezza”.
La creatività di Calder si è dispiegata – fino al 1976, anno della scomparsa a New York – sul filo metallico degli anni e del tempo, descrivendo una dimensione infantile, giocosa, fantastica: come nei suoi circhi in miniatura in cui si muovono piccole creature funamboliche che realizza, in qualche caso, anche davanti ad una macchina da presa. E agli occhi dei bambini, alla più pura percezione di quella sua arte, è dedicato al Palaexpò un laboratorio, dai tre ai sei anni, insieme ai genitori. Giusto per recuperare il senso di quel che ha detto, di Calder, Jean Paul Sartre: “Questi mobiles non significano nulla. Non rimandano altro che a loro stessi. Sono degli assoluti”.
Da notare infine che la monografica di Calder è l´esposizione della riapertura d´autunno per un Palazzo che, già nel primo semestre del 2009 registra un numero di ingressi raddoppiato rispetto allo stesso periodo del 2008 (da 83 mila a 165 mila): “Sono dati davvero confortanti – dichiara il direttore Mario de Simoni – sia perché in controtendenza con il dato nazionale, sia perché sembrano dire che si sta consolidando il processo di costruzione del “marchio PdE”". La mostra proseguirà fino al 10 febbraio, ed è realizzata, come anche nella versione parigina, con il sostegno dell´americana Terra Foundation. (La Repubblica)

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