A cura di: Elena Lanzanova

La Pala Di San Zeno Del Mantegna In Restauro A Firenze

lunedì 23 giugno 2008

mantegna.jpg Se tra i vostri programmi c’è una visita nella città di Verona, sicuramente tra gli itinerari d’obbligo oltre all’Arena e al balcone di Giulietta, c’è da andare a vedere uno dei più grandi capolavori del Rinascimento italiano, la “Pala di San Zeno” del Mantegna. Peccato che per osservare questo lavoro mantegnesco si dovrà aspettare il 21 maggio 2009, data in cui è programmata la ricollocazione dell’opera nella Basilica di San Zeno Maggiore nella città scaligera, in occasione della Festa del santo, a 550 anni dalla sua realizzazione. Ma al momento dove è depositata la “Pala di San Zeno” del Mantegna? È da circa un anno che per motivi di restauro si trova all’Opificio delle Pietre Dure di Firenze. Ad un anno dall’inizio del restauro, finalmente si sono verificati i primi avanzamenti dei lavori che stanno procedendo secondo quanto programmato. Si tratta, come afferma Marco Ciatti, direttore del settore di restauro dei dipinti mobili dell’Opificio di “un intervento molto graduale, ispirato alla minima invasività possibile” ma indispensabile, perché la Pala presentava numerosi problemi conservativi che, non risolti avrebbero causato danni maggiori.
Non sarà un normale intervento di restauro, ma un vero e proprio progetto integrato di conservazione. Che, grazie al coinvolgimento di soggetti diversi, verrà a soccorrere il precario stato di salute di una vera pietra miliare della storia dell’arte. Dopo che Andrea Mantegna dipinse la Pala di San Zeno, la storia della pittura nell’Italia Settentrionale non è stata più la stessa. Un’opera monumentale, l’ultima che Mantegna eseguì a Padova prima di trasferirsi a Mantova, alla corte di Ludovico Gonzaga.
Commissionatagli nel 1457 dal veneziano Gregorio Correr, abate della benedettina Basilica di San Zeno a Verona, fu eseguita da Andrea Mantegna nella sua bottega padovana e consegnata nel settembre 1459. Esiste a riguardo una corrispondenza con Ludovico Gonzaga, che scalpitava per portare l’artista alla sua corte. La Pala è l’unico dipinto mobile di Mantegna rimasto nel luogo per cui l’artista lo ha pensato, l’altare maggiore della Basilica Superiore di San Zeno. Il che, purtroppo, non vuol dire che non abbia viaggiato. Compresa la sottrazione napoleonica del 1797. Il governo austriaco riuscì ad ottenere la restituzione nel 1814, ma le tre tavole della predella rimasero in Francia, dove si trovano tuttora, fra il Louvre e il Museo di Tour. Le sostituiscono delle copie ottocentesche. Altri spostamenti, perfino il furto, nel 1973, della tavola di sinistra, con tanto di richiesta (e avvenuto pagamento, anche se ufficialmente negato) di un riscatto di 8 milioni di lire. Insomma, verrebbe da dire, una vita avventurosa. Ancora di più se si pensa che il danno maggiore è l’eredità dell’intervento di restauro a cui la Pala fu sottoposta nel 1934, a Milano, da Mauro Pelliccioli. Ed ha del miracoloso pensare a come si è conservata la superficie pittorica nonostante la devastazione che ha subito il supporto ligneo.
Ora la “Pala di San Zeno”, smontata in 14 pezzi, cornice compresa, è a Firenze nei laboratori dell’Opificio delle pietre dure, dove è giunta a febbraio direttamente dalla grande rassegna “Mantegna e le arti a Verona 1450-1500”, tenutasi lo scorso anno nella città veneta nell’ambito delle celebrazioni del quinto centenario della morte dell’artista. Nel capoluogo toscano sarà sottoposta alla seconda fase di un progetto di restauro che Ciatti definisce rivoluzionario. “Un intervento che sarà un modello, nel processo e nei risultati – afferma Anna Maria Spiazzi, sovrintendente per il patrimonio storico artistico del Veneto – e che vive dell’interazione di tutti i soggetti coinvolti”.
Dalla data dell’inizio dei lavori ad oggi, il restauro ha interessato sua la superficie pittorica che il supporto ligneo e la cornice decorata, queste ultime mai trattate prima d’ora. Per meglio eseguire le indagini diagnostiche ed il restauro, la Pala è stata suddivisa in 14 parti: tre tavole dipinte, tre scene della predella inframmezzate, da paraste intagliate, la struttura lignea della predella, un architrave, il frontone diviso in due, le quattro semi-colonne.
Dall’inizio del restauro ad oggi, per quanto riguarda la struttura lignea delle tre tavole dipinte, pesantemente alterate dall’intervento di Mauro Pelliccioli nel 1934, si è provveduto al suo completo risanamento.
Resta da realizzare un’importante operazione, definita di “conservazione preventiva” e cioè una doppia scolatura posteriore in grado di limitare notevolmente lo scambio d’umidità tra il supporto e l’ambiente, stabilizzando così il movimento delle tavole.
La superficie pittorica che presentava alcune sofferenze – scarsa adesione del colore in alcune parti, alterazione dei vecchi ritocchi pittorici e delle vernici degli ultimi restauri – è stata per più della metà ripulita. Secondo il principio del “minimo intervento” adottato per questo restauro, si è trattato di una “pulitura leggera” che però ha permesso un notevole recupero della trasparenza e della nettezza del colore.
Infine per quanto riguarda la grande cornice lignea decorata, terminati i lavori di risanamento strutturale e di completamento di alcune piccole parti mancanti, si è proceduto alla pulitura, rimuovendo vasti rifacimenti effettuati con materiali non idonei rispetto alla qualità dell’insieme. È attualmente in corso la delicata fase di stuccatura delle lacune che sarà seguita dalla reintegrazione.

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