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EFFETTI SUL MERCATO E SUL RUOLO DELLE CASE D’ASTA
Il dibattito internazionale sul mercato dell’arte ha affrontato per la prima volta il tema delle garanzie quando nel 2000, utilizzando questo strumento, Phillips de Pury ha tentato di superare la sua posizione di terzo polo tra Christie’s e Sotheby’s sul mercato newyorkese, lanciandosi alla conquista delle collezioni e dei pezzi più ambiti. Sfruttando le opportunità della libera concorrenza, Phillips ha deciso di tentare di erodere una quota di mercato alle contendenti. Il meccanismo delle garanzie assicura al venditore una determinata somma, indipendentemente dalla vendita. Se l’opera rimane invenduta resta di proprietà della casa d’aste; se viene venduta per una cifra superiore alla garanzia, la plusvalenza si divide tra venditore e casa d’aste secondo gli accordi contrattuali; se viene venduta per una cifra inferiore di quella fornita per la garanzia, rappresenta una perdita netta per la casa d’aste. All’epoca, le due rivali storiche si sono premurate di manifestare la loro posizione avversa alla pratica, dichiarando di riservarla a casi eccezionali; soprattutto Sotheby’s che, essendo quotata, rifiutava di assumersi rischi speculativi a danno degli azionisti.
Con il passare del tempo i due colossi hanno evidentemente cambiato parere. Alcuni studi riportano che lo scorso maggio, per le vendite di impressionisti, moderni e contemporanei a New York, il valore delle garanzie fornite da Sotheby’s era salito del 51% rispetto all’anno precedente. In quella sola settimana di vendite, Sotheby’s aveva 300 milioni di dollari (stime massime) di opere garantite, Christie’s circa 235 milioni e Phillips 9,1. L’incasso totale da opere garantite è stato di 573 milioni, quindi, pur non conoscendo il guadagno reale (il valore delle garanzie è certamente inferiore alla stima massima) il sistema sembra aver assicurato mediamente buoni risultati. Ma non sempre è così.
Oggi il dibattito si è riacceso dopo lo scarso successo dell’asta di moderni e impressionisti tenutasi da Sotheby’s il 7 novembre. I lotti garantiti erano in tutto 27 di cui 5 invenduti. Tra questi, un Van Gogh stimato 28-35 milioni di dollari. Ciò comporta, se non una perdita netta (l’opera rimane comunque proprietà della casa d’aste) almeno un momento di tensione di liquidità. Altri 10 lotti garantiti sono stati aggiudicati al di sotto delle stime, comportando una perdita per la casa d’aste di $14.6m. All’asta è seguito il crollo del titolo in borsa .
Ciò che è successo testimonia l’acerrima contesa tra i due leader mondiali nella ricerca di venditori sempre più scarsi. Per questo i responsabili delle vendite cercano di ottemperare a tutte le richieste dei proprietari, forniscono stime elevate e concedono non solo il consueto prezzo di riserva ma anche la garanzia. Usata in modo spregiudicato, questa pratica porta alla distorsione del principio secondo il quale l’asta dovrebbe rappresentare un punto d’incontro tra compratori e venditori, e la casa d’aste essere arbitro imparziale. Quando questa garantisce una porzione (sempre più alta) del valore totale dell’opera al potenziale venditore, agisce come un commerciante. Il sistema rischia di essere distorto dal fatto che spesso le case d’asta forniscono ai potenziali compratori la consulenza dei propri esperti; gli stessi esperti che effettuano le stime. Quando si trovano alle prese con neofiti del mercato, incapaci di farsi un’opinione indipendente della qualità dell’opera e del suo valore, è alquanto probabile che suggeriscano una cifra pari almeno al prezzo di riserva.
Sul fronte italiano il problema delle garanzie sembra meno evidente. Secondo quanto afferma Mario Brasker, finance director di Sotheby’s Milano, nel nostro mercato sono meno gli oggetti che godono di garanzie perché queste di solito sono riservate ai pezzi più importanti, che spesso vengono venduti all’estero. Le decisioni in merito sono centralizzate e tutte le iniziative devono essere autorizzate dal quartier generale di New York che stabilisce anche le condizioni contrattuali.
In una recente intervista, Robert Brooks, presidente di Bonhams, si è dichiarato fortemente contrario al sistema delle garanzie. Secondo Brooks, Sotheby’s e Christie’s stanno diventando banche commerciali; “quando le case d’asta smettono di essere semplici intermediari e assumono il ruolo di finanziatori, cambia la loro natura”. Brooks afferma che il trend in atto nell’uso delle garanzie potrebbe erodere la credibilità dell’industria e la sua stabilità.
Le garanzie però sono anche indice della floridezza del mercato; indicano la capacità degli operatori di impegnarsi per cifre consistenti al fine di assicurarsi opere in cui credono e la loro volontà di utilizzare al meglio la loro esperienza per promuoverle e ottenere il miglior risultato possibile. Lo strumento non sembra quindi sbagliato di per sé. Più contestabile è il fatto che le diverse funzioni siano accentrate in un unico soggetto, la casa d’aste, che da agente imparziale diviene diretto interessato. Sembra auspicabile che il maturare del mercato porti a forme più evolute dell’uso di tali strumenti, con l’intervento di soggetti esterni a svolgere il ruolo di finanziatori.
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